Tre Valli

019 - Il ballo a palchetto ("'l vindo" in dialetto piemontese): par-condicio e discriminazioni di un tempo


Costruiti verso la prima metà del XIX secolo, i "vindo" sono una caratteristica piemontese da sempre attrattiva principale delle feste paesane.
"In piemontese "vindo" significa "arcolaio" - scrive Giorgio Di Francesco su l'Eco del Chisone del 10 aprile 2013 - . La radice è la stessa, germanica, del verbo inglese "to wind" (muovere girando)..."
Il ballo a palchetto contribuì a far emergere dai luoghi chiusi la danza popolare considerata in passato come fonte di scandalo e di tentazioni e per questo "ammessa al massimo nei periodi precisi (specialmente nel carnevale) o in luoghi segreti."
Anche a Cavour, in occasione di fiere o feste tradizionali, è sempre stato un appuntamento fisso per residenti ma anche per i forestieri che accorrono ancora oggi in gran numero dai paesi vicini.
Il fatto curioso è che ad ogni ricorrenza il ballo veniva posizionato sempre in zone diverse: così il giovedì grasso di carnevale e la domenica lo si poteva trovare nella “piassa dle polaje” (piazza Martiri), mentre il martedì grasso era posizionato in piazza Statuto (poi piazza Sforzini). A Pasqua e a Pasquetta si ballava sulla Rocca nel pomeriggio, mentre alla sera ci si divertiva nel ballo dell’attuale piazza Sforzini. Alla Fiera di Maggio il palchetto veniva montato sulla piazzetta davanti alla trattoria del Tramway, a S. Lorenzo sul Gerbido insieme con il luna-park (mentre i fuochi d’artificio si facevano in piazza Sforzini!). Per la Fiera di S. Martino il ballo era situato, con il luna-park, nell’omonima piazza, dove ora c’è la Scuola Media Statale “G. Giolitti”.
Era una sorta di par-condicio convenzionata con gli esercenti al fine di mantenere certi equilibri e favorire a turno i diversi esercizi pubblici e commerciali.

Nel 1929 esistevano comunque ancora disposizioni dell’Episcopato Subalpino che stabiliva, circa i balli, unanimemente quanto segue:

“… è vietata la processione e qualunque solennità
esteriore nei giorni di sagra o di festività nelle Chiese
parrocchiali, qualora nei confini della Parrocchia
siano piantati o aperti pubblici balli.
Per ballo pubblico si intende anche quel ballo che,
tenuto in luoghi privati, sia notificato per mezzo di
pubblico avviso o di cui siano esposte le insegne.
Nelle stesse circostanze è vietata qualunque
solennità anche nell’interno del luogo sacro, qualora
si trattasse di Chiese diverse dalla parrocchiale
e di Oratori, specialmente rurali. …”

Quanto sopra veniva anche pubblicato dall’allora Vicario di Cavour, il teologo Filippi Carlo, in occasione della Comunione Pasquale del 1930. Un’alunna delle scuole elementari di quegli anni, in un compito in classe intitolato “Diario di domenica”, scrive tra l’altro: “…siamo quasi a Quaresima. Oggi, domani e martedì sono gli ultimi giorni di Carnevale. In piazza Statuto c’è il ballo. Oggi le passai vicino senza nemmeno guardarlo…”.

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