Locanda La Posta

014 - Anche a Cavour alberi importanti


I “patriarchi verdi” d’Italia sono circa 22.000. Tra questi circa 2000 hanno un particolare valore storico e 150 sono secolari e hanno strutture gigantesche. Da quest’anno danneggiarli diventa reato penale, secondo una nuova legge presentata al Consiglio dei Ministri dal Ministero delle Politiche Agricole, che ha pure istituito un inventario compilato attraverso il SIM (Sistema Informativo della Montagna).
A Cavour, nel 2007, il consigliere comunale Gianmaria Novarese ha censito tutte le piante di alto fusto presenti nella cosiddetta area verde cittadina (Rocca esclusa): 568 sono gli esemplari esistenti, dai comuni platani agli aceri di monte, dai tigli agli ippocastani, dai rari cipressi calvi ad alcuni alberi di Giuda, ecc. ecc.
E’ però soprattutto nell’area del privato che, anche a Cavour, troviamo alberi importanti, alcuni con storie che meritano di essere conosciute, come quelle che riguardano:

il cedro del Libano di Villa Giolitti, messo a dimora dallo Statista nel 1871, in occasione della nascita della figlia Enrichetta;

il platano centenario di Villa Peyron, “condannato a morte” dai fascisti repubblichini che dal gennaio all’aprile del ’45 avevano occupato di forza parte della villa. Appartenenti alla Brigata Nera “Natale Piacentini” (già Brigata Mussolini) comandata dal colonnello Idreno Utimperghe, costoro chiesero l’abbattimento della pianta per meglio poter manovrare la loro autoblinda regolarmente posteggiata sotto i grandi alberi del parco. Il platano fu salvato grazie alla prontezza dei proprietari, i signori Peyron che, segretamente, si accordarono con gli artigiani locali (i F.lli Perassi) affinchè si dichiarassero non idonei a eseguire l’operazione di abbattimento definendola molto rischiosa per la grande mole della pianta. Per la cronaca Utimperghe fu colui che aggregatosi a Mussolini mentre tentava di raggiungere la Valtellina, fu fermato assieme ad altri 15 gerarchi, dai partigiani che, dopo averli fucilati sul lungolago di Dongo il 28 aprile 1945, li portarono tutti al ben noto Piazzale Loreto di Milano.

la sequoia di Villa Marchisio (detta un tempo “La Vigna”), probabilmente piantata nella seconda metà dell’800 (periodo delle prime introduzioni in Europa di queste piante originarie degli Stati Uniti) da Giovanni Battista Marchisio, proprietario della filanda che allora esisteva in zona Cavoretto. Colpita da un fulmine, che nell’anno 2000 ha letteralmente fatto esplodere la sua parte superiore (15-20 metri dei 40 totali) con pezzi grandi come un uomo lanciati violentemente fino a 100 metri di distanza, sopravvive, com’è normale per le sequoie, facendo crescere i rami in su anziché in linea orizzontale, quasi a voler riprendere la forma originale dell’albero. Così è anche per la sequoia di Villa Lupi, a cui è toccata la stessa fatale sorte;

il vecchio olmo “dël campèt”, in proprietà privata lungo via Barrata, caratteristico nei rami capitozzati perché adoperato (ancora negli anni ’70) come appoggio sopraelevato per i bidoni del latte provenienti dalle vicine fattorie, così più comodamente ritirabili da “monsù Tesio”, che puntualmente arrivava guidando il suo carretto tirato da un grande mulo, canticchiando sempre allegramente.

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