Procavour

139 - Nelle trincee del Carso dove Ungaretti scrisse poesie memorabili


“Tutti i soldati impegnati nella Grande Guerra (circa 5 milioni dall’inizio alla fase finale) – scrive Salvatore Giannella – percorsero due strade: la prima fu quella che li portò da casa al centro di addestramento e smistamento, per poi raggiungere le trincee; la seconda fu il percorso emotivo scandito dagli stati d’animo vissuti nel lunghi mesi delle ostilità (presa di coscienza, inquietudine, smarrimento, sconforto, agitazione, paura, rassegnazione, terrore, annichilimento, volontà di vivere)…”
Aldo Cazzullo, inviato ed editorialista del Corriere, autore di best-seller sul primo e sul secondo conflitto, dice: “Cent’anni fa i nostri giovani vennero gettati nella fornace della peggiore guerra che il mondo avesse conosciuto. E lì che si è consumato quel distacco tra stato e cittadini che osserviamo ancora oggi. Questi ragazzi non avevano mai votato. Improvvisamente lo stato si fa vivo, ti prende, ti strappa ala tua terra e ti manda a conquistare montagne che nessuno aveva mai sentito nominare, città in cui nessuno era mai stato. E ti fa sparare alla schiena se non vai all’assalto: se il reparto non era giudicato abbastanza combattivo si poteva essere decimati. L’Italia mobilitò 5 milioni di soldati e c’era sempre un elemento di alea, di casualità: non eri punito per le tue responsabilità, venivi estratto a sorte. Da qui il distacco con lo Stato, l’idea che lo Stato fosse un nemico. Diverso è il rapporto con la patria, che oggi è forte, ma lo era anche allora. Quando la guerra cambia e diventa difensiva, cioè sul Piave, quando si tratta di fare quello che fanti e contadini sapevano fare meglio, difendere la terra, proteggere le famiglie, evitare che alle proprie donne venisse fatto quello che avevano subito le donne friulane e venete dopo la rotta di Caporetto, allora la guerra cambia tenore, e alla fine gli italiani la vincono”.   
E sul Piave cadono anche soldati cavouresi, cadono in combattimento o per ferite in ospedali da campo, cadono in prigionia, cadono su tante montagne a loro sconosciute (Monte San Marco) Monte Valbella, Monte Cima Caldiera, Ortigara, Monte Solarolo, Monte Tolmino, Tre Cime di Lavaredo, Monte Grappa, Pasubio, Monte Pal Piccolo, Monte San Michele, Adamello, Monte Sabotino, Monte Santo, etc.), cadono sull’Altopiano di Asiago, nelle valli, e cadono in maggior numero sul Carso.
Proprio sulle trincee del Carso, Giuseppe Ungaretti (1888-1970) scrisse poesie memorabili: volontario, ma giudicato inadatto al comando dal corso ufficiali, farà tutta la grande guerra da soldato semplice, “lui più anziano in mezzo a fanti diciannovenni che lo adoravano”, annotando su pezzi di carta stralci di poesie e versi oggi conosciuti universalmente come: “M’illumino d’immenso…” e “Si sta come in autunno sugli alberi le foglie…”. 
 

Condividi questa pagina su