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137 - E il contadino va alla guerra


La prima guerra mondiale fu l’ultima in cui si osservarono le vecchie regole; solo i militari venivano coinvolti nelle battaglie, mentre i civili, se non quelli abitanti nei luoghi in cui si svolgevano i combattimenti, rimanevano estranei agli orrori della guerra, anche se dovevano sopportare le conseguenze dello stato di emergenza… il dolore per la partenza dei troppi uomini e l’esperienza durissima di doverli sostituire in tutto, le ristrettezze poste dai razionamenti di vari generi di prima necessità.
“Lo scoppio della guerra si fece sentire in Piemonte ancora prima che il paese entrasse in conflitto – scrive Alessandro Barbero in STORIA DEL PIEMONTE – dalla preistoria alla globalizzazione (ed. Einaudi / 2008). La neutralità italiana permise all’industria di beneficiare di robuste ordinazioni da parte dei paesi belligeranti, ma più importante si rivelò la committenza statale in preparazione dell’ingresso in guerra. Già alla fine del 1914 la FIAT interruppe la produzione di vetture civili per concentrarsi interamente sulle commesse militari; si capisce dunque che gli industriali si siano orientati abbastanza presto a favore dell’intervento. La posizione neutralista della “STAMPA” le fece perdere lettori a favore della concorrente “Gazzetta del Popolo”, bellicosamente interventista, e per la prima volta anche in Piemonte si constatò, almeno negli umori delle piazze, la perdita di consensi del sistema di potere  Giolittiano. Tuttavia il sentimento profondo del mondo contadino e degli operai era anor sempre ostile all’avventura bellica: Torino è la sola grande città italiana in cui il precipitare della guerra, nel maggio 1915, provocò uno sciopero generale di protesta,…”
Scriveva Nuto Revelli nel 1977 in un libro edito sempre da Einaudi e intitolato “IL MONDO DEI VINTI” – Testimonianze di vita contadina” “…Il contadino non crede nei sacri destini della Patria, non capisce gli avvenimenti che stanno lanciando l’Europa. Il dovere è l’unico imperativo che la Patria gli appiccica frettolosamente sull’uniforme. I tempi sono brevi, la guerra è guerra. Quel che conta è disporre di materiale umano che subisca, che si pieghi, che accetti comunque di andare al massacro. Sarà poi la vita di linea, sarà poi la vita al fronte che farà scattare le molle della rabbia e dell’emulazione. Nel vivo del combattimento le armi spareranno da sole. Ci saranno i compagni da vendicare, ci saranno le licenze premio e le medaglie, crescerà il cosiddetto spirito di corpo, … mentre si imparerà anche la topografia di alcune zone di Italia e un po’ anche la geografia d’Europa. Alla fine i sopravvissuti sapranno tutto del Friuli, del Trentino, del Carso, ricorderanno i paesi, i villaggi, i fiumi, i torrenti, le mulattiere, le montagne. Ricorderanno le trincee piene di neve e di fango, e il rancio marcio, ricorderanno i massacri inutili, gli assalti bestiali all’arma bianca, ricorderanno la morale degli ufficiali, le solite prediche di retorica, di Patria e di guerra santa.”
“ Il sacrificio di sangue richiesto al Piemonte dai tre anni e mezzo di guerra fu durissimo – continua Alessandro Barbero -, morirono 15 piemontesi ogni 1000 abitanti, come dire tre maschi ogni cento e ovviamente molti di più nelle classi di leva… Il mondo contadino fornì la maggior parte dei coscritti e dunque dei caduti, dei mutilati e degli invalidi (circa il 60-70%), mentre il mondo operaio, pur oggettivamente privilegiato dagli esoneri perché impegnato nella produzione bellica, subirà un duro regime di militarizzazione che vanificherà la conquista sindacale degli anni precedenti…”
“Il CONTADINO ALLA GUERRA” è il titolo del libro del Gruppo di Ricerca piscinese “’L RUBAT” dove oltre cento testimoni raccontano e “si raccontano”, perché “… le guerre passano, ma restano i morti e il perché del loro sacrificio. E resta il travaglio dei vivi, restano le voci dei sopravvissuti che ci interpellano…” 
E resta grande l’impronta del duro lavoro dei campi delle donne (anche se con ragazzi e anziani) lasciate sole da figli e mariti al fronte, del loro AIUTO che diventa NECESSITA’, necessità che le costringe ad uscire di casa e ad accettare ruoli inediti nella società italiana, ruoli che però, paradossalmente, segneranno un certo inizio di libertà d’iniziativa fino ad allora impensabili. Anche in campagna. Anche a Cavour, dove la popolazione (circa 7000 abitanti) era in maggior parte dedita all’agricoltura. 

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