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126 - Le storie dimenticate dei vecchi ciabòt


Sul vocabolario Piemontese Italiano di Don Michele Ponza (5° edizione/anno 1859) "ciabòt" è descritto come "casupola, casuccia".
"Questi piccoli casolari, abitati in tutta le campagne per tutto l'Ottocento fino agli inizi del Novecento, sono stati lentamente abbandonati e, inesorabilmente - ci racconta la sig.ra Miranda Rossetti Prialis che ha fatto una ricerca nel territorio della frazione cavourese di Castellazzo - i tetti di paglia e i muri in pietra sono crollati lasciando crescere piante e arbusti che ne hanno nascosto i resti. Con loro sarebbero scomparse anche le storie legate ai personaggi che li avevano abitati, se alcuni aneddoti non fossero rimasti nella memoria degli anziani, che li tramandarono di generazione in generazione fino ai giorni nostri.”

E così nel tempo si continuò a raccontare dei ciabòt dla Gôsa, ‘d Marèt, dla Pairòta, ‘d Bufa, ‘d Culin, ‘d Betlem (zona chiamata così per i numerosi piccoli casolari coperti di paglia).

E c’era la casetta “dla Barbisa”, donna baffuta, e il ciabòt “Colombo” spazzato via dalla piena del Chisone nel 1949. E poi c’era quello di “Arturo”, soprannominato “Bentenuto” perché nonostante la povertà era sempre pulito e ordinato.
Un’altra abitante di un ciabòt era “la Bionda”, che poverissima passava l’inverno all’ospedalino di Cavour, mentre “Gaudensio” ne aveva uno su di una piccola altura che frequentemente veniva circondata dall’acqua sorgiva.

E poi c’era quello di “Arsuis”, personaggio tirchio e speculatore che viveva di diversi espedienti e, nella zona denominata “la bassa”, quello “’d Culin”, dove viveva una coppia con un figlio.

Quello “dla Pairòta”, con ricovero di capre e pecore, era anch’esso su di un’altura che spesso veniva circondato dalle acque della falda, mentre quello “’d Madlenin dla Rosà” era abitato da due sposi con una figlia cieca.

“Pel Crist” era chiamato il proprietario di un’altra piccola abitazione, uomo rude, burbero e con poca moralità che si arricchì vendendo letteralmente le sue belle figlie ai migliori offerenti.

Il Ciabòt “’d Trombòt”, successivamente detto “’d Bufa”, è ricordato per le feste fatte in occasione dell’uccisione del maiale e, in seguito, per essere diventato nascondiglio di bande partigiane.

In quello “dla Gòsa” abitava una donna che lavorava anche per mantenere un marito fannullone. Spesso ubriaca e in disaccordo con l’uomo, ebbe un figlio che in seguito si prese cura di loro.

Il ciabòt “dël previ” era proprietà di commercianti di frutta che, come molti altri abitanti di ciabòt, emigrarono in Argentina verso la fine del 1800, spesso facendo perdere ogni propria traccia. Quello “’d cichin dij brichèt” apparteneva a un venditore di fiammiferi che spesso barattava la merce con altri prodotti, ritornando a casa la sera con il sacco pieno di roba.

E poi ancora c’era il ciabòt “dël Barba”, quello “’d Pansa” e il “Castlét”, quasi una piccola casa di caccia, usata per organizzare battute di caccia alla volpe.

Nel ciabòt "dla Boiera” viveva un uomo senza un braccio chiamato Severin, mentre quello “’d Lencc” era di un conducente che, trasportando prodotti per conto terzi anche a mercati molto lontani, spesso veniva riportato a casa ubriaco dal suo mulo che sapeva attendere il risveglio del padrone nel cortile di casa, attaccato al birocc e mangiando fieno.

Una vecchietta solitaria abitava il ciabôt di “China dla Paolin-a” mentre in quello “dël pescador” un padre di famiglia esercitava la pesca frequentando poi i locali mercati per la vendita del prodotto.

“Questo è il ricordo dei piccoli ciabòt – continua la sig.ra Miranda -, protagonisti di un’epoca dominata dalla povertà, dove i personaggi che li abitavano si ingegnavano per sopravvivere nelle più avverse condizioni, vivendo nonostante tutto con emozioni che appartengono anche a noi oggi, ma in forma diversa. Certamente in un universo per loro limitato alla sola frazione e alle borgate limitrofe, era molto di più il tempo dedicato alle relazioni umane.

Questi uomini e queste donne vissero inoltre sfruttando le scarse risorse che la terra poteva offrire, avevano case costruite con materiali naturali locali, non lasciarono tracce del loro passaggio nell’ambiente, ma le lasciarono nella memoria degli uomini: ciò dovrebbe servire da lezione alla nostra generazione e indurci a meditare sull’utilizzo delle risorse ambientali e su quello che lasceremo ai nostri figli e nipoti". 

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