Tre Valli

103 - Alessandro Portis e il lago delle navi di Caligola


Il Dott. Comm. Alessandro Portis, professore di Geologia e Paleontologia alla Regia Università di Roma, nacque a Torino il 27 gennaio 1853 e lì morì il 21 dicembre 1931. Questo si legge sulla lapide della tomba di famiglia in Cavour dove è stato sepolto.

Tre anni prima, nel 1928, Carlo Montani, inviato de “IL MESSAGGERO” per la pagina “Cronaca di Roma”, lo aveva intervistato riguardo al discusso, travagliato piano di recupero di navi romane nel lago di Nemi, uno dei laghi dei Colli Albani, ritenuto di origine vulcanica.

Molti tentativi erano già falliti e ora che finalmente la cosa stava per essere realizzata, voci divulgate con la massima serietà asserivano che il momentaneo svuotamento del lago per il recupero delle navi avrebbero portato a un risveglio del cratere con le immaginabili conseguenze.

Carlo Montani, per cercare di sfatare la catastrofica ipotesi, intitola l’articolo “L’ULTIMA SCEMENZA ATTORNO ALLE NAVI DI NEMI” e, fra l’altro, dice:

“…può darsi che la fantasiosa quanto catastrofica previsione, ripeta le sue origini dall’ultimo terremoto che aveva provocato una specie di ribollimento delle acque del lago, ma ciò non esclude che sia tutta intessuta di spropositi madornali.

Per avere la certezza noi, che non siamo specializzati in materia di Geologia Vulcanica, abbiamo chiesto lumi in proposito a qualche fonte autorevole e ci siamo recati a fare una visita al prof. Alessandro Portis, autorità indiscussa in materia, anche per gli studi geologici e paleontologi speciali, onde l’illustre scienziato ha fatto oggetto di studio il territorio laziale.

Il prof. Portis, che siamo andati a scovare nei locali della Sapienza, ha un po’ l’aspetto del mago. Basterebbe che il berretto ch’ei porta in capo per aggirarsi negli ambulacri del suo museo geologico finisse a punta, per dargli tutti i connotati del personaggio leggendario che predice la buona ventura ed è in perfetta comunione con le stelle e i pianeti, nonché con i draghi e le salamandre.

È leggermente curvo, perché quaranta anni di insegnamento, esercitato con coscienza e con passione, costituiscono un peso non indifferente, ma la mente lucida, lo sguardo penetrante e acuto, rivelano lo studioso, lo scienziato di razza, abituato a spendere solo le parole necessarie alla manifestazione del pensiero. …”

Il prof. Portis rassicurerà i suoi interlocutori sottolineando che le conche di quei laghi non rappresentavano affatto gli antichi crateri dei vulcani laziali bensì lo sprofondamento  della   crosta   terrestre   in   quei   punti,  rimasti   di minore resistenza “per aver provveduto il materiale d’eruzione”.

La leggenda del lago di Nemi -si legge su Wikipedia- fin dall’antichità, narrava di due navi gigantesche di epoca romana, sepolte, per ragioni misteriose in fondo al lago. Occasionali e ripetuti ritrovamenti durante tutto il Medioevo portarono a scoprire il fondamento di verità delle voci che circolavano: le navi, lunghe 70 metri e larghe più di 25, erano state fatte costruire da Caligola che le utilizzava come palazzi galleggianti in cui abitare o sostare sul lago, o con cui simulare battaglie navali. Frutto d’ingegneria avanzata e splendidamente decorate, furono affondate dal Senato di Roma (acerrimo avversario dell’imperatore) quando Caligola morì, nel 41 d.C.

Tentativi di recupero furono effettuati nel XV secolo, nel 1535, nel 1827 e nel 1895, ma il recupero delle navi vere e proprie avvenne dal 1928 al 1932, con un’opera mastodontica che abbassò il livello del lago utilizzando il preesistente emissario artificiale di epoca romana, restaurato per l’occasione.
Nel 1944 un incendio distrusse entrambe le navi e gran parte dei reperti che vi erano custoditi. Un’accorta commissione decretò che, “con ogni verosimiglianza”, i colpevoli potevano essere dei soldati germanici che si trovavano nel Museo in quelle ore, cosa contestata con altre ipotesi, fra cui quella che attribuiva il misfatto a persone senza scrupoli che ricercavano il bronzo, fuso nell’incendio, molto richiesto in tempo di guerra.

È sulla base dei reperti rinvenuti nel 1929 che la RIV, in seguito, ricostruirà la “piattaforma girevole su sfera a pernotti di bronzo”, testimonianza di come già in epoca romana “fosse diffuso l’utilizzo di apparecchiature atte a trasformare l’attrito da strisciamento a rotolamento e quanto fosse elevata l’abilità raggiunta nella tornitura dei metalli”.

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