carni dock

099 - Il baco da seta a Cavour


All’epoca dell’Imperatore Giustiniano, alcuni missionari penetrati in Persia scoprirono nella città di Seri (celebre per la coltura dei bachi e per l’industria della seta, che da qui trae il nome) l’industrioso insetto e il metodo per la sua coltura.
“Allora a Roma e in tutto l’Occidente – scrive il canonico CROSET-MOUCHET nel 1854 – si credeva che le preziose stoffe che arrivavano dall’Oriente fossero fatte con filo vegetale o addirittura con finissime piume d’augello…
Nascoste nel foro di una canna di bambù, grazie a quei missionari, alcune uova (semi) del baco da seta raggiunsero la nostra capitale e ben presto formarono una fonte di ricchezza in tutte le regioni temperate dell’Europa.

“…E’ certo che l’arrivo del baco da seta in Occidente mise in moto una autentica rivoluzione del sistema fondiario – dice M. Grazia Codutti in “CUNEO, LA PROVINCIA GRANDA” 1990 -, nel lavoro e nel reddito dell’azienda contadina, determinando la nascita delle prime piantagioni di gelsi (alimento unico ed essenziale del baco da seta) e dei primi filatoi all’inizio del quattrocento, per iniziativa di privati e successivamente con protezioni e regolamentazioni ducali. La natura del terreno e il clima adatto alle coltivazioni del gelso, la frammentazione della proprietà anche in pianura si rivelarono stranamente consone per una imprenditoria che richiedeva più mano d’opera che impegno di capitali. Bastavano tre, quattro “fornelli” e pochi aspi a mano per impiantare, anche in casa, una filatura,…”
Nel pinerolese, a metà ottocento, almeno 10.000 famiglie sono occupate nell’allevare il baco da seta, con una produzione di 50.000 miriagrammi di bozzoli “che alimentano 25 “tratture”, ossia filande, attivate nella città e nella provincia (allora Pinerolo era provincia, ndr). La seta che si ricava nelle nostre filande – continua il canonico CROSET-MOUCHET – è riportata, anche nelle manifatture estere, fra le migliori e le più acconcie per certi generi di tessuti, come ad esempio il velluto e altri…”.
Oltre alle 25 filande già menzionate (di cui due a Cavour), esistevano nel territorio anche 9 filatoi (di cui uno a Cavour), 1 filanda di Moresca, sottoprodotto della seta, a Perosa (unica in Piemonte e in Italia) e un fiorente grande mercato dei bozzoli a Pinerolo. Un’altra filanda sarebbe potuta nascere nel 1871 a Cavour nei pressi dell’Ospedalino, nella cosiddetta “Casa del Valentino”, se i direttori della struttura non avessero negato il permesso al locatario essendo “nella natura stessa dell’ospizio reuscire di disturbo all’oratorio e di danno agli infermi dell’ospedale posti in troppa vicinanza al locale dove si stabilirebbe la filanda”.
Nelle filande, con l’ausilio di bacinelle scaldate a vapore, si traeva il filo da seta dai bozzoli, mentre nei filatoi, con l’ausilio di macchine per la filatura e di fusi, veniva realizzato l’organzino, il filo di seta formato da due o più fili ritorti, dapprima uno per uno e poi assieme.
Per la cronaca 50.000 Kg. di bozzoli rendevano circa 8.000 Kg. di seta reale.
Gli opifici di Cavour erano situati rispettivamente uno nell’attuale Via Gioberti (F.lli Bruno), uno in Via Mazzini (Marchisio) e uno nell’attuale Piazza Saroglia (Fornasero).
Un piccolo laboratorio artigiano per la filatura della seta esisteva anche dove, all’inizio del ‘900, sorgerà poi il Mulino che diventerà proprietà della famiglia Garola nel 1935.
Da maggio a luglio, tutti i giorni, si teneva il mercato dei bozzoli: i piccoli allevatori di ambito famigliare vi confluivano con le corbe (ij gorbon) ripiene del prodotto già scelto, che veniva acquistato dai commercianti, che a loro volta li rivendevano alle fabbriche. A Cavour esisteva anche un consorzio che si occupava di queste trattative, prima nell’attuale Via Roma (vicino all’ospedalino) e poi, dal 1929, nell’attuale ubicazione di Viale della Rimembranza (fonte Ricerca Scuola Media “G. Giolitti” – A.S. 1985/86 Coordinatore Prof. Miciletta).
Conseguentemente all’allevamento del baco da seta, progredisce florida la coltura dei gelsi che a Cavour, già all’inizio dell’800, davano “un annuo prodotto di 6.000 rubbi”, in quanto potevano essere affittati a terzi. Sui Bandi Campestri del Marchese Benso di Cavour (anni 1746/1778), fra le varie regolamentazioni troviamo anche quelle riguardanti la coltura dei gelsi, con pene per coloro che si appropriavano di foglie sulle piante altrui, oppure per chi volendo “i bigatti”, non dimostrava di avere foglie (e quindi piante di gelsi) a sufficienza per mantenerli.
Racconta un’anziana cavourese: “Ancora nei primi anni del ‘900 gli uomini procuravano i rami dei gelsi e li portavano a casa. Le donne li sfrondavano per darli alle “bove” (i bachi da seta, ndr) che mangiavano tre volte al giorno. Ogni cinque o sei giorni si doveva pulire il letto dei bachi, rimuovendo la carta su cui essi vivevano, per rimetterne altra pulita. Al momento opportuno, si rimettevano le “cette”, appositi graticoli fatti con le bruere (arbusti di montagna). Su di essi i bachi si arrampicavano e fabbricavano un bel bozzolo in cui si rinchiudevano. Quando erano pronti, si toglievano dalle “cette” si pulivano e si portavano alla filanda, che li pagava e forniva il “seme” dei bachi (uova, ndr) per l’anno seguente” (Fonte l’Eco del Chisone 29/01/2003).E ancora a Cavour e precisamente a Villa Portis – ricorda Luigi Alberto Bruzzone nel libro “Ricette senza Pensieri” / Ed. Le Brumaie /2005 – “…a lato dei vasti campi coltivati, erano stati piantati su ordinati filari, decine e decine di gelsi, sfruttati, quando era stagione per le succulenti e dolci more, ma soprattutto pensati come oasi preposta all’allevamento dei bachi da seta. Ricordo ancora il terribile tanfo di quegli immensi calderoni, scaldati a legna, in cui si gettavano i bozzoli, e ricordo bene anche i fiori di cardo essicati, pizzicati su un lungo manico di legno d usati per dipanare la seta. Era un lavoro lungo e noioso rimestare con quel bastone in cerca dei capi dell’interminabile filo, che spesso si rompeva, costringendo a ricominciare tutto da capo. Aveva però un suo fascino segreto produrre quel filato, tesserlo e tingerlo e creare evanescenti gonne, lucento camicette e quant’altro fosse nelle capacità delle donne di casa.”

In un volantino, distribuito a Cavour nel 1908 per la CAMPAGNA BACOLOGICA fatta da un rappresentante locale, viene reclamizzata l’offerta per: 

  • SEMI BACHI CELLULARE SELEZIONATO
  • RAZZE PURE ED INCROCIATE
  • SPECIALITA’ INCROCIO CHINESE
  • ORIGINARIO DALLE PIU’ ACCREDITATE CASE PRODUTTRICI
-         VENDITA E CONCESSIONE A PRODOTTO
-         FACOLTA’ DI SCELTA PER IL PAGAMENTO ALL’EPOCA DEL RACCOLTO
 
Anche l’ Abbazia di S. Maria, in completo abbandono, diventa una “bigattera”, mentre lo spazzino Luigi Bessone gira per il paese provvisto di due placche di ferro zincato in bianco con su scritto, da un lato, “SAN FELICE, PROTETTORE DEI BACHI”.
Per l’INCREMENTO DELLA BACHICOLTURA NAZIONALE, nel 1936 molti cavouresi aderiscono alla LOTTERIA GRATUITA offerta dalle Casse di Risparmio Italiane sotto il patrocinio del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste. I biglietti potevano essere ritirati dagli allevatori presso gli stabilimenti di produzione e vendita di semi dei bachi, in ragione di un biglietto per ogni mezza oncia di seme acquistato, il quale doveva essere effettivamente allevato, con risultato positivo, per poter concorrere ai premi (più di 400 a partire da £. 1.000 a £. 250.000).
Il maestro locale Giacomo Serassio, nel 1932, viene insignito della Medaglia di Bronzo per partecipazione al CONCORSO NAZIONALE PER l’ALLEVAMENTO DIMOSTRATIVO DEL BACO DA SETA.
La fine dell’industria serica fu provocata – dice ancora M. Grazia Codutti – dall’avvento delle fibre sintetiche e dalle due guerre mondiali. Ma la causa principale fu la concentrazione di capitali che imposero un tipo di industrializzazione impossibile in zone ove la terra e le risorse naturali avevano fino ad allora costituito la base di ogni reddito e dove l’abbandono della terra sarà, in questo secolo (il 900, ndr), uno dei fenomeni più vistosi”.
Durante  l’ultimo conflitto tutte e tre le ex filande di Cavour vengono requisite e utilizzate da forze militari: quella di Via Cavoretto (oggi Piazza Saroglia) viene usata per alloggiamenti truppa 1° Gruppo Squadroni Nizza Cavalleria, quella di Via Mazzini (già dei Marchisio) viene usata per alloggiamenti alla truppa tedesca, così come quella di Via Gioberti (già dei F.lli Bruno).
In epoca Napoleonica Cavour fu annoverato fra i 6 mercati di bozzoli autorizzati nel Dipartimento del Po.
Condividi questa pagina su