Pasticceria Artigiana

092 - Da Cavour un canto popolare per Re Carlo Alberto


E’ datato 11 novembre 1847 ed è un cosiddetto “canto polimetro” a firma del sacerdote Bartolomeo Ortolani, professore di Rettorica e Rettore del Convitto di Cavour. Ci è stato trasmesso da Pier Gioachino Buffa di Perrero, discendente del ramo primogenito dei Conti di Perrero: a quell’epoca il suo bisnonno Luigi era vice-sindaco di Cavour.

Sulla pagina che precede il testo della ode si legge:
“Il COMUNE DI CAVOUR”, addì 11 novembre 1847, adunato a festa per celebrare anche esso le generose riforme legislative di S.S.R.M. nostro amatissimo Re CARLO ALBERTO, per conservare nel paese la memoria di un giorno si caro e solenne, mandò a stamparsi questo canto popolare, letto in quel giorno al pranzo sociale”.
 
                        CANTO POLIMETRO
 
“Ecco a destra una rossa bandiera,
Ecco un’altra a sinistra già appar;
Quinci spunta affollata una schiera,
Quindi un’altra da lungi dispar.
Che si vuol colle azzurre coccarde?
Questo è forse un richiamo di guerra?
Deh,, chi salva la patria terra!
Quale grido ora al Ciel si innalzò?
Viva il RE CARLO ALBERTO, io sento
D’ogni intorno suonar mille voci:
Viva il PAPA rispondon veloci
Altri mille, che il grido destò.
Ohimè che fia giammai! Deh! Chi ci narra
Quale grande sovrasta a noi sventura?
Forse i nemici ne assaliro, o forse
La sacra del Re nostro alma persona
Da sacrilega man tocca or ci chiama
Alle sante difese; o forse Roma
Gli infedeli occupar, chè a schiere a schiere,
Vi adunate impugnando ampie bandiere?
Ma qual pallore, o Italiche
Madri, il sereno viso
Or vi scolora, o trepide:
E il solito sorriso
Sul labbro ora sen muor?
Deh! Non temete, innocue
Son le adunate schiere,
E l’apparire insolito
D’insolite bandiere
Di gioia è nunziator.
No, non è tempo, or parmi,
Di bellico furror:
L’affanno od il timor
Or non si addice.
E se al mio sguardo or lice
Scrutar nell’avvenir:
Non si vedran brandir
Cruente le armi.
Non si chiede, che uguali alle Amazzoni
      Or vi investa il furor di Bellona;
      Su cingete di fior la corona,
      Richiamate la gioja nel cor;
      E l’evviva, che or alto risuona
      Ce lo detta del Rege l’amor.
Sì del Rege l’amor, che noi suoi figli
E l’adusta Sardegna amico regge
Ed or che nuova legge
Più liberi ci rende e più felici,
Forse potrem nemici
Al pubblico gioir mostrarci e tardi
Noi Cavorresi, chè quant’altri gride
Viva il Re nostro e applauda,
Non dell’altrui minore
Serbiam fede ed amore
Alla paterna Dinastia Sabauda?
Viva il Re dunque, ognuno gridi: salve
Tu Re, Tu Padre, Tu Italiano, aspira
De’ tuoi figli all’affetto;
E noi saprem, non solo ora col detto,
A te fidi mostrarci:
Ma quando ancor dell’ostil rabbia a scorno,
Fatti guerrieri in campo,
Snudar l’acciaro ci toccasse un giorno.
Guai se avverrà che appajano
Fra noi le armi straniere
Coi mal repressi militi
Colle mal compre schiere
Parate il gran Pontefice
O il Rege a minacciar;
Noi piomberem terribili
Fatti guerrier di Dio:
Viva gridando unanimi:
Viva il RE nostro, e PIO!
Viva l’Italia! E l’impeto
Chi ne potria domar?
    Ma al furor del Borea altero,
All’indomita procella
Non paventa del gran Piero
L’agitata navicella;
Ognor saldo in poppa il Duce
Salva al porto la riduce,
Buon Piloto e Buon Pastor,
Ei cui seppe Iddio trascegliere
Giusta i voti del suo cor.
    Quando mai l’empia baldanza
Atterrò valor superno?
Fatto altero in sua possanza
Sorga pur l’intero Averno:
Vinto, oppresso ei cede il campo
E dispare come lampo
Alla possa del Pastor,
Cui degnossi Iddio trascegliere
Giusta i voti del suo cor.
Ben saprà PIO fra i turbini
    Chiamar securo il gregge,
    Ed ai Cristiani popoli
    Tonar di Dio la legge
    Legge di pace innocua,
    Che il reo goder non sa.
   E noi staremo intrepidi
    Nel nostro ardor possenti,
    Saldi staremo agli impeti
    Degli Aquilon furenti,
    Qual pino, che alto, immobile
    Pugna coi venti, e sta.
Ma, o bel Piemonte, or se alla gioja il core,
Aprir ti è dato, e se fiorente or sorgi
All’onor delle scienze, e se le muse
Spandono amiche su te l’almo influsso,
Dinne, dinne mercede al grande ALBERTO,
E a quella pace, che or continua dura:
Viva, viva la pace alma, secura.
Facciamo, amici Cavorresi, un voto:
Oh la discordia fella
Sempre lungi da noi porti sua face,
E mai non turbi quella,
Che or secura ci aduna amica pace!
Se ora sorta l’italica terra
     Sue coccarde e bandiere spiegò;
     Deh! Non dite che l’improba guerra
     Dal gran sonno l’Italia destò;
     L’empia guerra distrugge ed atterra
     Quanto Italia a sua gloria innalzò.
             Bella Pace, che il mondo rallegri
     Della guerra dall’empio furor,
     Bella pace, che il mondo rintegri
     Eccitando l’antico valor,
     A te sacri ora sono gli allegri
     Inni figli di gioja e di amor.
 
 
      Sac. BARTOLOMEO ORTOLANI
Prof. Di Rettorica e Rettore del Convitto
                     di Cavour
 
 
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