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072 - La breve vita del cavourese Gianni Ribaldone, alpinista, speleologo, M.O. al valor civile


Dal prolungato contatto con i monti ho tratto la convinzione che ogni balza rocciosa, ogni cima, ogni gruppo alpino ha la sua vita, una sua personalità, un suo essere di cui l’alpinista si innamora… e l’uomo semplice, dall’animo puro e profondo accorre a questo meraviglioso richiamo…”.
 
Meditando su questa sua frase – scrive Carlo Balbiano d’Aramengo sulla rivista “SPELEOLOGIA” sett./ott. 1999 – forse riusciamo a capire quale fosse lo stimolo che spingeva Gianni Ribaldone a salire le montagne, a scendere nelle grotte, ovvero, in un unico concetto, a esplorare e conoscere i fenomeni della natura.
Dopo aver coltivato, fin da bambino, diverse attività, si era dedicato all’alpinismo e alla speleologia con un tale impegno e una tale passione da giungere a primeggiare in entrambe le discipline; e sarebbe giunto chissà a quali vette se la morte non lo avesse sorpreso quando ancora non aveva compiuto 24 anni.
Gianni Ribaldone – continua Carlo Balbiano – era nato a Cavour il 25 agosto 1942 da Natalino e Angela Scaraffia. Suo padre era il titolare della locale farmacia. E’ sui brevi e ripidi pendii della Rocca che Gianni aveva imparato a sciare e ad apprezzare questa piccola montagna in miniatura.
Nel 1950 il padre aveva lasciato la farmacia di Cavour per acquistarne una a Genova, dove tutta la famiglia si era trasferita.
Gli interessi di Gianni furono molteplici e spaziarono dalla filatelia alla pittura, dalla numismatica alle scienze naturali.
Ma la speleologia, la geologia, la fisica, la biologia e l’arrampicata diventarono parte integrante della sua vita, un mezzo potente per dedicarsi con passione all’esplorazione dell’ignoto: nel profondo di grotte e cavità anche sconosciute e arrampicandosi su rocce e picchi inviolati.
In breve diventa uno dei migliori arrampicatori del suo tempo e, riuscendo soprattutto a risolvere i problemi tecnici che bloccavano gli altri, è richiestissimo per la sua bravura e per la sua disponibilità.
E’ nel 1966 che in uno dei suoi interventi di soccorso, mettendo a rischio la propria vita, riesce a portare in salvo alcuni speleologi in grave difficoltà, meritandosi, con suo grande stupore, la Medaglia d’Oro al Valor Civile.
Gianni Ribaldone sopravviverà solamente due mesi alla ulteriore notorietà che quell’impresa gli aveva procurato, perché perderà la vita, con tutta la cordata che stava guidando, nel canalone ghiacciato del Gervasutti al Mont Blanc di Tacul.
Il suo ultimo viaggio partirà dal Museo della Montagna, sul Monte dei Cappuccini a Torino, diretto a Savigliano, dove riposa.
Portano la sua firma diverse pubblicazioni e studi, mentre una importante collezione di coleotteri e di perle di grotta è stata lasciata al Museo Speleologico di Garessio.
Fra le due città in cui è vissuto più lungo, Genova e Torino (dove frequentò il Politecnico), è stata la prima a dimostrargli la maggiore stima e riconoscenza, dedicandogli una via nei pressi dello svincolo autostradale di Nervi. Sulla targa si legge:
                        “Via Gianni Ribaldone
                        Speleologo – Medaglia d’Oro al Valor Civile
                        1942 – 1966”
 
Dal 1974 gli è stata anche intitolata la scuola di alpinismo e sci-alpinismo delle sezioni CAI Valli di Lanzo (Caselle, Ciriè, Lanzo e Leinì).
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