BANCA DI CHERASCO

036 - Da Cavour, una testimonianza inedita di sessant'anni fa sulla tragedia del Grande Torino


Luigi Cavallero, giornalista de “LA STAMPA”, era al seguito della squadra, insieme con Casalbore di “TUTTOSPORT” e Tosatti della “GAZZETTA DEL POPOLO”.
“I suoi genitori (ex impiegato di banca il padre ed ex insegnante la madre), nel periodo della Seconda Guerra Mondiale – ci raccontò la Sig. Rosina Genero di Cavour, quando era ancora in vita - erano fra i numerosi sfollati che da Torino arrivarono a Cavour in piccoli alloggi assegnati loro dalle autorità. Persone amabili e rispettose, che dividevano con noi le ansie e le paure di quegli anni, quando ognuno aveva i propri cari esposti più che mai ai pericoli, lontani da casa.
La loro ansia era per il figlio Luigi, sempre in giro per il mondo a causa della sua professione di giornalista.
Allora, quando era possibile, si ascoltava la radio, e loro la ascoltavano ogni giorno, anche quel maledetto 4 maggio 1949, quando qualcuno annunciò che il “GRANDE TORINO” era morto, che anche tutti quelli che erano al seguito del Grande Torino erano morti!…una catastrofe. Una cosa orrenda da cui la mente voleva rifuggire e che lasciò un solco incancellabile anche in tutti noi.”

Su “LA STAMPA SERA”, nell’ultima pagina, Luigi, dopo le considerazioni della partita amichevole sul campo di Lisbona (che li vedeva “sconfitti con onore”), aveva dichiarato “…stamane i granata si sono alzati presto per prepararsi al ritorno. Tra poche ore l’aereo spiccherà il volo per atterrare all’Aeronautica di Torino, tempo permettendo, verso le 17. Che le nubi e i venti ci siano propizi e non facciano troppo ballare…”.

Tutto il mondo sa che, invece, il cielo tempestoso sopra Torino provocò lo schianto dell’aereo contro il muro posteriore della Basilica di Superga e che l’improvviso silenzio del ricevitore sul campo di Aeritalia fermò per sempre quel terribile momento alle ore 17.05 del 4 maggio 1949.
“Nella valigia di Luigi Cavallero – continua la Sig.ra Rosina – fra diversi doni, fu trovato un ciuccio per il suo ultimo nato. Infatti, dopo diversi anni di matrimonio, finalmente era diventato papà di due bambini: uno era ancora piccolissimo”.
Scrisse Valdo Fusi in “Torino un po’”:

“Quando morì la squadra del Torino, la città non bevve, non mangiò, non fumò e non respirò per tutto il pomeriggio del funerale; sugli alberi e sui tetti salì, perché in strada tutti non ci stavano; in un silenzio come avanti la creazione; piangevano, molti; molti su mezzo milione vuole dire molti; il corteo progrediva verso il crepuscolo non producendo più rumore della luce che si ritirava”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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