Pasticceria Artigiana

032 - Giolitti, i Plochiù, Cavour e la Val Maira


 

 

Giolitti nacque nel 1842 a Mondovì dove suo padre, Giovenale, vi ricopriva la carica di cancelliere del tribunale. Il nonno paterno, notaio di S. Damiano Macra (10 km da Dronero), era stato un uomo autorevole nella valle e factotum in quasi tutti i comuni di questo tratto di terre della “Provincia Granda”.
La madre, Enrichetta Plochiù, veniva da un ceppo dei “Plochù” d’oltralpe, piemontesizzati e benestanti, ed era figlia di Giovanni Battista Plochiù, alto magistrato e procuratore generale a Torino sotto i francesi, compromesso con i moti del ’21, esule in Francia e ammesso al rimpatrio coatto a Cavour, dove la moglie, Clara Vincenza Maria Brianza, possedeva una casa.
Da questo matrimonio avvenuto nel 1801, nacquero a Cavour ben 12 figli, fra cui appunto Enrichetta (madre di Giovanni Giolitti), Luigi (magistrato), Vincenzo (assessore alla Pretura di Pinerolo), Giuseppe (medico e deputato al Parlamento Subalpino), Melchiorre (magistrato ed azionista de “Il Risorgimento”di Camillo Cavour) e Alessandro (greca di generale alla testa del 6° Fanteria Brigata Aosta nella Battaglia di S. Martino). A quest’ultimo sono dedicati una via e un busto sulla scalinata del Palazzo Comunale di Cavour.
A Mondovì il piccolo “Gioanin”, così come poi venne sempre chiamato in famiglia, fece breve sosta perché il padre morì quando egli aveva appena un anno e la madre raggiunse a Torino quattro dei suoi fratelli che nel frattempo vi si erano trasferiti da Cavour, tutti ostinatamente scapoli, bisognosi pure loro di qualcuno che sovrintendesse al ménage familiare. In quella casa decorosa ma un po’ tetra e nuda di Via Angennes (ora via Principe Amedeo) il piccolo Giovanni “… si imbevve degli ideali e dei valori della borghesia subalpina emergente, cioè della dedizione alla Patria, del culto della probità e del lavoro, della devozione al Re, dell’amore per la libertà…”.
Giolitti però cresce “gracile e allampanato” e, su consiglio dello zio medico, la madre lo porta per alcuni anni al sole e all’aria delle montagne della Val Maira, nella vecchia casa del nonno.
“…in queste terre vegliate dalla piramide aguzza del Monviso, lo Statista coglie valori di democrazia popolare cementati di fiero idealismo, impara ad immedesimarsi con gli umili, a condividerne aspirazioni e crucci, a conoscerne i sentimenti profondi ed inespressi, la sete di giustizia, i bisogni opprimenti: mai come nei suoi giochi di ragazzo egli fu vicino al cuore segreto di quel piccolo popolo alpestre, che egli avrebbe rappresentato per 46 anni continui e attraverso tredici legislature nel Parlamento Nazionale, con un patto di fedeltà che nessuna tempesta di eventi riuscì mai ad incrinare…”.
“L’uomo di Dronero” visse gli ultimi trent’anni della sua vita a Cavour, nella casa ereditata dalla madre e dagli zii, “…non Torino, Firenze, Roma, ma la semplice residenza di Cavour, uno dei pochi luoghi in cui sentisse affondare le sue radici vitali. …”. In questa casa morì il 17 luglio 1928 e fu sepolto nel cimitero locale, nella tomba Plochiù-Giolitti accanto alla consorte, Donna Rosa Sobrero, morta sette anni prima.

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